L’embolizzazione dei fibromi uterini: intervista al dr Rampoldi

Il Dr. Antonio Rampoldi è nato a Como nel 1954. Nel 1980 si è laureato in in Medicina e Chirurgia presso Università Statale di Milano. Nel 1985 ha conseguito la Specializzazione in Radiologia presso l’Università Statale di Milano e nel 1990 quella in Oncologia, presso la medesima università. Dal 2004 è professore a contratto presso l’Università Statale di Milano. Dal 2008 è Direttore della Struttura Complessa di Radiologia Interventistica dell’Ospedale Niguarda di Milano.

Preciso e puntuale, il dr Rampoldi ha risposto a tutte le nostre domande sull’embolizzazione e mi ha permesso di condividere qua la sua intervista.

“Dottore, da quanto tempo si occupa di embolizzazione? Quante embolizzazioni ha effettuato durante la sua carriera?”
Da circa 15 anni. Se parliamo di embolizzazioni uterine per fibromi circa 200, se parliamo di embolizzazioni a tutti i livelli circa 2.000.

“All’embolizzazione si arriva dopo aver valutato altre opzioni (isteroscopia, laparoscopia o laparotomia) o può essere la prima scelta da seguire?”
Può essere la prima scelta soprattutto per fibromi multipli o singoli voluminosi.

“C’è un limite nelle dimensioni di un fibroma embolizzabile? Lei ha trattato anche fibromi di dimensioni molto grosse? Fino a quanti centimetri?”
Si pone un limite superiore a 10 cm, tuttavia ho trattato anche fibromi fino a 15 cm con ottimi risultati.

“Chi in passato si è sottoposto a radioterapia può comunque sottoporsi ad embolizzazione? E in caso di allergia al liquido di contrasto per la risonanza magnetica, come si agisce?”
Alla prima domanda la risposta è si, anche se l’efficacia dell’embolizzazione può essere inferiore all’attesa per un impoverimento della vascolarizzazione indotto dalla Radioterapia. Alla seconda domanda rispondo che per le pazienti allergiche esiste una opportuna preparazione farmacologica pre-esame. Se non fosse possibile questa soluzione anche una
Risonanza Magnetica senza mezzo di contrasto può essere sufficiente.

“Relativamente alle dimensioni delle particelle utilizzate per l’embolizzazione dei fibromi, ho letto (e mi corregga se sbaglio) che queste possono misurare dai 150 ai 900 micron e che non esiste un comportamento univoco da parte dei diversi operatori.
In letteratura si legge inoltre che le particelle di piccole dimensioni favoriscono regressioni volumetriche più marcate del fibroma, ma al contempo aumentano il rischio di complicanze ischemiche delle ovaie, della cervice o del miometrio sano (Siskin et al., 2000b; Abulafia et al., 1999). Qual è il suo parere al riguardo? Lei come si comporta? Sceglie sempre una stessa metodologia o varia a seconda della paziente da trattare?”

L’utilizzo di particelle con diametro inferiore a 500 micron è da evitare per i rischi da lei riferiti. Io utilizzo particelle sferiche di trisacrile (EMBOSFERE) che risultano comprimibili ma mantengono la loro sfericità e pertanto il livello di embolizzazione è prevedibile. Il calibro utilizzato è da 500-700 micron con possibile incremento a 700-900 micron in caso di
evidente comunicazione con rami ovarici ( le particelle piu’ voluminose non possono superare questa comunicazione).

“Quali sono i tempi di recupero dopo un intervento di embolizzazione?”
5-7 giorni per riprendere una normale attività lavorativa.

“Il radiologo che esegue l’embolizzazione è sempre affiancato da un ginecologo?”
No. Il ginecologo non è presente in sala.

“Come viene gestito il dolore dopo l’intervento di embolizzazione?”
Dimettiamo la paziente il giorno dopo l’intervento prescrivendo terapia antibiotica per 7 giorni per bocca e terapia antidolorifica sempre per bocca a dose piena per 3 giorni e poi a scalare.

“A distanza di tempo dall’intervento è possibile che il fibroma embolizzato provochi dolore?”
NO “Dopo l’embolizzazione è possibile che si verifichino delle infezioni? Con quale frequenza questo accade? Quanto possono essere gravi queste infezioni? Cosa possono comportare?”
Ho avuto un solo caso di ascesso uterino, ma in una paziente HIV+ (AIDS). La paziente fu isterectomizzata.

“In caso di infezioni o altre problematiche, come si comporta il radiologo? Segue la sua paziente anche dopo o questa deve rivolgersi ad un ginecologo?”
Nel postoperatorio la paziente ha la Radiologia Interventistica come riferimento telefonico o diretto. Dopo il controllo Risonanza Magnetica a 6 mesi cessiamo di seguire la paziente.

“Quali sono i tempi di recupero dopo un intervento di embolizzazione?”
Dimissione il giorno dopo l’intervento e recupero completo dopo 5-7 giorni.

“Quando il fibroma si sarà ridotto di molto, il tessuto necrotico che rimane all’interno dell’utero può causare dei problemi?”
NO. Continua ad essere riassorbito.

“A chi può rivolgersi chi desidera valutare la fattibilità di un intervento di embolizzazione?”
Ad un centro di Radiologia Interventistica pubblico con esperienza nelle embolizzazioni di
fibromi uterini. In Lombardia l’Ospedale Niguarda di Milano; in Piemonte l’ospedale Molinette di Torino.

Grazie mille al dr Rampoldi per la dua disponilbità e per la chiarezza dellle sue risposte. Soprattutto, sono contenta di aver iniziato ad affrontare questo discorso dei micron delle particelle utilizzare per l’embolizzazione. Non avevo mai pensato a questo aspetto e “ci sono arrivata” grazie alle domande e alle considerazioni di alcune di voi. Credo che il dr Rampoldi abbia ben chiarito la questione, ma se avete altre domande non esitate a postarle nei commenti!

Intervista al dr Rampoldi sull’embolizzazione: ci sono domande?

Il dottor Gaetano Rampoldi è il dirigente del reparto di Radiologia Interventistica dell’Ospedale Niguarda di Milano ed è specializzato in Radiodiagnostica e Radioterapia e in Oncologia.

E’ stata Francesca, che si è sottoposta ad embolizzazione del fibroma uterino al Niguarda, ed è stata operata dall’equipe del dr Rampoldi, a parlarmi di lui.

Leggo sul sito dell’Ospadale Nigurada che ha eseguito come primo operatore circa 9.000 procedure di radiologia vascolare ed interventistica, che è membro della Società Europea di Radiologia Interventistica e che è  autore di circa 80 pubblicazioni su riviste italiane e straniere e relatore a numerosi congressi italiani e stranieri.

Gli ho scritto per chiedergli disponibilità per un’intervista e il dottore si è subito dichiarato disponibile a rispondere a tutte le nostre domande sull’embolizzazione. Perciò ragazze, come sempre, potete postare tutte le domande da rivolgere al dr rampoldi nei commenti di questo post, o su Facebook.

Appena avrò raccolto un po’ di materiale preparerò l’intervista. Grazie a chi vorrà partecipare!

Le conseguenze dell’isterectomia: risponde la dottoressa Monica Manfredi

Come promesso, ecco l’approfondimento sulle conseguenze dell’isterectomia, realizzato grazie alla disponibilità della dottoressa Manfredi.

Ho conosciuto la dott.ssa Monica Manfredi, Medico chirurgo, Specialista in Ginecologia ed Ostetricia e Psicoterapeuta al Convegno sull’Isterectomia di Vicoforte.

“Da sempre l’universo femminile ha esercitato su di me una profonda fascinazione. Così, già durante i primi anni di Medicina, la Ginecologia e lo studio della mente e dei suoi percorsi sono diventati le mete verso cui dirigermi. Dopo la Laurea in Medicina a Torino, ho avuto il privilegio di potermi specializzare, sempre a Torino, in Ginecologia ed Ostetricia. Ma la mente e i suoi meccanismi profondi continuavano a chiamarmi. Così dopo alcuni ani dedicati all’approfondimento della sessuologia, ho intrapreso il percorso che mi ha consentito di ottenere la qualifica di Psicoterapeuta. Attualmente lavoro come libera professionista a Mondovì, in provincia di Cuneo, dedicando il mio tempo e la mia passione ad entrambe le specialità.” (Dott.ssa M. Manfredi)

Ho riportato alla dott.ssa Manfredi le vostre osservazioni, i dubbi e le domande a tema isterectomia e sono felice di condividere con voi le sue risposte.

<<(Senza l’utero) Non sarò mai più come prima: come accettare questa cosa. Ci si sente diversi? Amputati? Non più donne come una volta? >>

L’asportazione chirurgica dell’utero,nota come isterectomia, spesso comporta la comparsa di profondi vissuti di perdita nei riguardi di una parte fondamentale del proprio essere donna e la percezione di sé come non più complete. La frase: ”Non sarò più come prima”, che frequentemente registriamo nelle nostre pazienti operate, può però essere letta con una doppia valenza.

Se da un lato, infatti, l’intervento comporta inevitabilmente un irreversibile effetto di “mancanza”, dall’altro però può diventare un momento, che nella sua pesante difficoltà, è in grado di offrire una opportunità per una revisione e una rivitalizzazione del proprio essere donna a 360 gradi, in tutti i milioni di cellule del nostro corpo. E’ nell’attraversare la scelta di come vivere questo momento, questo sentirsi diverse da prima, che si pongono le basi per cambiare i colori cupi di quella che prima era una sconfitta senza rimedio, nel territorio del “mai più” in colori più vivi e vitali.

Essere donna significa potersi vivere e sentire come un pianeta molto complesso. Forse la sfida da accettare è paradossalmente la scommessa di provare a sentirsi sempre come prima, anzi sempre più di prima. Il femminile è abituato a superare le sfide del cambiamento. Pensiamo infatti al menarca, al primo rapporto, al parto, alla menopausa: tutte tappe di vita in cui come prima può restare solo una parte di noi, non tutta la nostra totalità, pena il bloccare l’evoluzione naturale della nostra vita.

<<Cosa serve o chi può aiutare? A parte l’amore del compagno…>>

Molti sono gli aiuti che una donna può ricercare in un momento così impegnativo, come quello che riguarda l’isterectomia. La presenza di un compagno che sappia sostenere adeguatamente è sicuramente un elemento fondamentale, ma se il peso psichico della perdita rischia di essere vissuto come schiacciante, il rivolgersi a specialisti può fare la differenza tra sopravvivere e vivere.

<<A livello sessuale cambia qualcosa? Per me non è più stato come prima….Ci fai l’abitudine dopo qualche anno ma ricordi sempre come eri…>>

A livello sessuale gli ultimi studi rivelano che la percentuale di donne con orgasmo esclusivamente “uterino” (con contrazioni dell’utero durante la fase di acme) risulta essere una minoranza rispetto a quelle donne con orgasmo clitorideo e/o vaginale. In molti casi, dopo una adeguata convalescenza, associando eventualmente terapie vaginali atte a mantenere un tono e una idratazione vaginali adeguate, la sessualità della donna può addirittura migliorare.

Pensiamo ad esempio a quelle donne per le quali il rischio di una gravidanza ha determinato una inibizione potente nei confronti della possibilità di un totale abbandono, o a quelle devastate da cicli follemente abbondanti e irregolari.

<<Le caldane, che arrivano immediatamente se vengono tolte anche le ovaie, come si controllano? L’imbarazzo quando sei in giro e ti toglieresti anche la pelle? La sensazione di perdere tutte le forze quando ti arrivano?>>

Le vampate sono uno degli effetti tipici della carenza estrogenica, quindi si possono verificare nei casi in cui siano state asportate anche le ovaie, oltre all’utero. Rappresentano un sintomo che può a volte arrivare a causare un pesante deterioramento della qualità della vita della donna. Questo infatti si verifica ad esempio quando le vampate si manifestano prevalentemente di notte, comportando spesso l’impossibilità a godere di un sonno continuato e quindi ristoratore, o quando colgono la donna improvvisamente, lasciandola sfinita, irritata e confusa .

Esistono numerose strategie terapeutiche, sempre da concordare con il medico che ha in cura la donna, valutandone insieme i pro e i contro. Si va dalla terapia tradizionale ormonale sostitutiva a quelle più supportive a base di soia, trifoglio rosso, luppolo, cimicifuga ecc. Anche la supplementazione di integratori a base di magnesio può essere utile per reintegrare le perdite e ridurre crampi e nervosismo.

<<Dalla sua esperienza come hanno vissuto la nuova condizione le donne sottoposte a isterectomia? E i loro compagni?>>

E’ sempre molto difficile generalizzare, perché tantissimi fattori possono concorrere a rendere più o meno elaborabile un evento così importante. Per quanto riguarda la mia esperienza, mi sento di poter affermare che tanto più tempo e attenzione sono stati dedicati al counsellig e al raggiungimento di una consapevole comprensione, da parte della donna, dei vantaggi e della necessità della isterectomia in quel suo specifico caso, tanto più la paziente e il suo compagno svilupperanno la possibilità di affrontare tutti i tempi dell’iter terapeutico, sia pre, sia post intervento.

<<Chi soffre di fibromi spesso ha cercato per anni una gravidanza e ha vissuto l’aspetto sessuale in funzione di questa ricerca. Trovarsi con l’isterectomia nella situazione di non poter più avere figli destabilizza sia psicologicamente che sotto l’aspetto sessuale. Come ritrovare una nuova intesa nella coppia?>>

Purtroppo quando accade che il momento sessuale di una coppia diventa funzionale esclusivamente alla procreazione, spesso i partners rischiano di rimanere intrappolati in una routine, in cui la sessualità viene vissuta solo in termini meccanico-tecnici. Ciò diventa fonte di profondissime frustrazioni in entrambi i componenti della coppia e fattore di rischio per l’insorgere di problematiche sessuali, quali, nel maschio, impotenza ed eiaculazione precoce e nella femmina anorgasmia e dispareunia.

In questi casi la coppia si trova davanti alla necessità di rifondare la propria intimità, in modo tale che non si esaurisca esclusivamente in camera da letto, ma che veda la ricerca del piacere e del desiderio estesa a gran parte della vita attiva dei due partners. Ritrovare obiettivi comuni, progetti da condividere, ma anche dedicare ognuno per proprio conto cura e attenzione al proprio corpo a ai propri bisogni, può consentire un “dopo intervento” anche più ricco e stimolante del “prima”.

<<L’assenza dell’utero ha inficiato le donne al raggiungimento dell’orgasmo uterino (la percezione /controllo delle contrazioni uterine che concorrono al piacere potrebbe essere in parte compromessa)? Ricordando che il piacere sessuale è un punto d’incontro /intimità / manifestazione di complicità della coppia, quante ne hanno risentito, quante hanno fatto finta di nulla, e quante ne hanno risentito continuando a far finta di nulla?>>

Come già accennato nel punto 4 l’orgasmo uterino risulta essere una modalità di risposta sessuale che coinvolge (secondo gli ultimi studi) una percentuale non così alta di donne. Per molte donne al contrario la percezione delle contrazioni uterine (indotte sia dalla fase orgasmica profonda, sia dal liquido seminale, grazie al suo contenuto in prostaglandine) è vissuta con un disagio che va dal fastidio al dolore viscerale profondo e prolungato.

La parola chiave per una buona intesa di coppia è proprio COMPLICITA’. Complicità con se stessi, nel conoscere ed apprezzare il proprio corpo, le proprie diverse e molteplici zone erogene, la propria capacità di accettare la seduzione e il lasciarsi andare. Complicità con l’altro, nel riuscire a comunicare con la maggior naturalezza possibile desideri e tabù, paure e fantasie.

Purtroppo quando entriamo nel mondo della sessualità ci muoviamo in un territorio dove tantissime variabili oggettive (tempi, spazi, condizioni fisiche) e/o soggettive (tono dell’umore, fasi della vita, tipo di educazione e di cultura ricevuta) si intrecciano in modo più o meno consapevole, definendo un paesaggio estremamente mutevole e a volte non così immediatamente comprensibile.

<<Esistono un percorso di sostegno /rieducazione di coppia al rapporto di coppia dopo una isterectomia?>>

Purtroppo, a mia conoscenza, nelle strutture pubbliche non sono presenti attualmente percorsi preparatori prima e di sostegno poi, rivolti alle donne che si sottopongono all’isterectomia. E’ certo però che si sta registrando un sempre più profondo interesse da parte della classe dei curanti nei confronti di una pianificazione delle procedure di cura, in cui gli aspetti psicologici e i vissuti della paziente possano assumere un ruolo sempre più centrale.

<<Quante coppie hanno avuto un rinnovo di un progetto comune, che non fosse più un figlio, dopo una isterectomia quindi situazione di sterilità?>>

 

Come già accennato prima è molto difficile fornire numeri e statistiche quando il tema in esame riguardi percorsi personali e vissuti psichici, anche perché spesso i risultati diventano visibili solo a distanza di molto tempo. Vero è comunque che quelle coppie che non hanno fatto diventare l’isterectomia il punto ultimo del non ritorno della loro storia, ma che dopo un adeguato (e sempre soggettivo) tempo di elaborazione, si sono impegnate a fondo in una sorta di “riscommessa” sulle modalità dello stare insieme, hanno ottenuto la gratificazione di veder crescere più forte di prima la loro relazione.

Essendo comunque un intervento che coinvolge profondamente la donna, ritengo che tanto più la paziente riesce a vedere questo momento di crisi come un momento di opportunità di crescita, superando la visione di fine, tanto più sia lei sia il suo compagno, si potranno trovare sulla strada giusta per incamminarsi verso una svolta importante della loro storia.

 

Grazie di cuore alla dottoressa Manfredi. Ho trovato le sue risposte chiarificatrici, incoraggianti e davvero molto utili. Se desiderate contattarla o avete altre domande in merito all’isterectomia fatemi sapere!

L’embolizzazione dei fibromi uterini: intervista al dr. Morucci

Come promesso ecco l’intervista al dr. Maurizio Morucci, radiologo interventista presso l’ospedale San Camillo di Roma. Il dr. Morucci è stato gentile e disponibile, proprio come mi aveva detto Antonella, e ha risposto a tutte le nostre domande sull’embolizzazione. Le ho divise in tre gruppi, in base alla fase cui si riferiscono.

Prima dell’intervento

“Perché scegliere l’embolizzazione e non la laparoscopia per rimuovere i fibromi? Con la la laparoscopia il fibroma viene tolto con l’embolizzazione si ottiene la contrazione del volume del fibroma fino alla scomparsa… che magari non avviene?!”

L’embolizzazione offre una serie di vantaggi, dati dal fatto che si tratta di una metodica “intravascolare”, ovvero che utilizza i vasi per arrivare a destinazione (come se i vasi fossero delle “rotaie”). Si entra attraverso un forellino di circa 1,6 mm alla piega inguinale ed attraverso le arterie della parte inferiore dell’addome (che noi chiamiamo pelvi) si arrivare alle arterie uterine, sede dalla quale “si lavora”. Si rilascia il materiale embolizzante che “tappa” i capillari (da dentro) e quindi  fa morire il fibroma (gli toglie l’ossigeno..)  portandolo a seccarsi e progressivamente (ci vogliono mesi) a ridurre progressivamente di dimensioni.

Non c’è ferita chirurgica sulla parete addominale, solo un forellino di 1,6 mm alla piega inguinale.

Non c’è neanche “ferita” sull’utero. Con gli interventi chirurgici classici, laparoscopia e laparotomia, il fibroma deve essere “tagliato” via dall’utero, e quel vuoto che rimane sull’utero va in qualche modo chiuso. E se il buco che rimane è troppo grande per essere chiuso, l’utero va tolto tutto.. e se per sfortuna le ovaie sono troppo “aderenti” al fibroma che “spinge”, “preme” su tutto quello che c’e intorno, si perde pure l’ovaio. Per questo i ginecologi si cautelano dicendo che devono togliere tutto l’utero… perchè sanno che non sempre è possibile “ricucire” in modo affidabile l’utero.

Con l’ embolizzazione non è necessaria l’anestesia generale!

Le eventuali complicanze date dall’embolizzazione sono estremamente rare e sempre minori. Tutti sbagliano qualche volta, o può capitare che qualcosa vada storto, ma gli eventuali “errori” in corso di embolizzazione, sono nella stragrande totalità abbastanza innocui. Mentre se qualcosa che va storto con la chirurgia… be’ è tutta un altra storia…

 

“I tempi di attesa sono lunghi?”

I tempi di attesa sono all’incirca le 3/4 e le 7/8 settimane, a seconda dei periodi.

“C’è una grandezza massima oltre la quale un fibroma non può essere più embolizzato?”

Quando l’embolizzazione era agli inizi, circa 15 anni fa, si è iniziato con i fibromi più piccoli (2/4 cm); poi progressivamente abbiamo iniziato a trattare anche i fibromi più grossi. Da circa 5 anni embolizziamo anche fibromi più grandi di 10 cm, e da un paio d’anni vengono trattati anche fibromi misuranti 15cm. Negli ultimi 6 mesi abbiamo trattato 5 fibromi di 16/17 cm. Non c’era un motivo specifico per cui i fibromi molto grossi non venivano embolizzati. Si trattava più che altro di una “cautela” e dell’accortezza di procedere per gradi.

L’intervento

“L’embolizzazione elimina i fibromi o si limita a ridurli?”

Come ho spiegato, per eliminare completamente i fibromi è necessario toglierli dell’utero, e questo significa intervenire chirurgicamente. Con l’embolizzazione invece si toglie al fibroma la possibilità di vivere e di crescere: i capillari (o le arteriole terminali pre-capillari) vengono tappate e quindi il sangue (e l’ossigeno) non arriva più. I tessuti privi di ossigeno si “seccano”, come un ramo tolto da una pianta.

“E’ sufficiente un intervento per ottenere il risultato sperato?”

Generalmente si. Potremmo azzardare delle statistiche: con fibromi sotto i 6 cm nel 90 % dei casi basta un intervento. All’altro estremo, per i fibromi di 16 cm, nella metà dei casi è necessario un secondo trattamento.

“Quali sono i rischi dell’intervento?”

E’ difficile da dire. E’ raro che si generano problemi seri.  Se il medico è esperto è improbabile che ci siano dei danni. Il rischio-base è embolizzare qualcosa di diverso dal fibroma e questo generalmente accade quando è presente una variante anatomica imprevista (“dentro” siamo molto, ma molto più diversi che “fuori”, e quindi ci possono essere delle origini inaspettate delle arterie, con embolizzazioni di “qualcos’altro”). I veri rischi sono solo le arterie delle ovaie (che generalmente originano dai reni, quindi tutte da un’altra parte). Ma per creare un danno bisognerebbe embolizzare entrambe le ovaie…

Un’altra zona pericolosa è l’arteria cervico-vaginale. Anche in questo caso per creare dei danni bisogna embolizzarle entrambe. In letteratura sono riportati rarissimi casi, con problematiche di poco conto e reversibili in poco tempo.

“Quanto dura l’intervento?”

Generalmente un’ora, spesso leggermente meno. In un caso su quattro fino ad un’ora e mezza. Due ore è una durata eccezionale.

“L’embolizzazione può essere eseguita durante il ciclo mestruale?”

Assolutamente si!

“L’intervento di embolizzazione è doloroso?”

Potenzialmente si. Ma siccome lo sappiamo, vengono prese tutte le dovute misure. La peziente non deve sentire dolore alcune.Vengono somministrate dosi massicce di antidolorifici. Viene utilizzato quel sacchetto elastico che noi chiamiamo “elastomero”, collegato ad una vena del braccio, che introduce i farmaci antidolofici in modo continuativo per 24/48 ore. Poi, se necessario, la terapia può proseguire per via orale per circa 3/5 gg. Una paziente su tre non ha bisogno della terapia dopo i primi 2 giorni, due su tre si.  Se le pazienti seguono le istruzioni non provano nessun dolore, nè durante l’intervento nè dopo.

“Quali materiali vengono usati per embolizzare i fibromi?”

Polvere inerte (io la chiamo “la polverina magica”) di calibro minimo (uno o due decimi di mm, come una sabbiolina molto fine), che deve arrivare nei capillari più lontani.

 

Dopo l’intervento

“Cosa accade a un fibroma embolizzato?”

Un fibroma embolizzato si secca e progressivamente si riduce. Ma ci vuole tempo, soprattutto per i fibromi grandi. All’inizio si registra una riduzione molto importante data dalla perdita dell’acqua; poi il processo diventa più lento (le proteine devono essere “smontate” una per una e portate via da cellule specializzate a rimuoverle, i macrofagi), richiedendo mesi o anni.

E’ difficile fare previsioni attendibili, anche perchè esistono grandi differenze fra persona e persona. Per dare un idea, un fibroma di 6 cm potrebbe ridursi a 2 cm dopo 12/ 18 mesi; mentre uno di 10 cm può arrivare a 2 cm in 18/36 mesi.

Bisogna sottolineare che NON trattandosi di tumori maligni, il problema è causato solo dalla “massa”del fibroma, dal fatto che c’è qualcosa che “spinge”, comprime, sposta. La stragrande maggioranza delle pazienti dice di sentirsi giàmolto meglio anche dopo solo 2 o 3 mesi. Questo indica che già l’iniziale “decompressione” elimina gran parte dei fastidi e dei problemi. Per la riduzione c’è tempo. Il fibroma rimpicciolisce piano, giorno dopo giorno, fino a scomparire. Rimane solo una sorta di pallina dura ed inerte di circa 1 cm, talora anche meno, o in alcuni casi qualcosina di più, per quelli molto molto grandi, qualcosa di più, ma non da alcun fastidio.

“I fibromi “ridotti” possono un giorno riprendere a crescere o comunque a dare problemi?”

Si, può accadere. Ma generalmente questo viene riscontrato già nei primi controlli (perlopiù nei primi 6/12 mesi). Può accadere perchè non vengono chiusi tutti i rami capillari. In questi casi si pratica la re-embolizzazione.

“Il post operatorio è molto doloroso?”

Ho già risposto prima.

“I benefici dell embolizzazione sono duraturi?”

Si.

“Le emorragie cessano dopo l’embolizzazione?”

Si, se erano causate dal fibroma.  Quando il fibroma perde sangue all’interno della cavità uterina, l’embolizzazione provoca l’immediata scomparsa delle emorragie.  Ci sono invece altre situazioni in cui le perdite di sangue sono dovute ad alterazioni della mucosa interna dell’utero (endometrio). In questi casi è necessario risalire al problema di base, che spesso è di natura ormonale. Si potrebbe anche dire che l’embolizzazione può comunque essere utile a risalire a questi casi: se dopo l’embolizzazione le perdite non cessano la causa è ovviamente e per forza da ricercare nell’endometrio. Saperlo è fondamentale per risalire alla causa e trovare la giusta cura.

“Quanti sono i giorni di degenza in ospedale?”

Quasi sempre uno solo (intendendo una notte. Delle volte due.

“L’intervento può essere eseguito in day hospital?”

No! E’ necessario che si chiuda bene il forellino di entrata nell’arteria femorale. Sono necessarie 12 ore di immobilità a letto, e un po’ di pazienza..

“L’anestesia è totale?”

Assolutamente no! E’ sufficiente un corretto utilizzo di farmaci anti-dolorifici. Ricorrere ad una anestesia generale sarebbe veramente una stupidaggine, assolutamente inutile.

“Quanto tempo dopo l’operazione si può riprendere a praticare sport?”

Non ci sono indicazioni chiare, perche’ non c’e nessun problema che impedisca la pratica di sport. Non ci sono tagli o punti che “tirano”.  In teoria quindi l’attività sportiva può essere ripresa anche subito. Una settimana tuttavia è il tempo giusto. Meglio poi se la ripresa avviene in modo progressivo.

“I fibromi regrediscono dopo una embolizzazione?”

Si, come ho spiegato prima. Se non regrediscono vuol dire che l’embolizzazione non è stata completa! E’ infatti necessario chiudere tutti i capillari, arrivando il più vicini possibile alla percentuale del 100% dei capillari embolizzati: sicuramente ben oltre il 95%; probabilmente fra il 97 ed il 99%.

“Dopo l’embolizzazione rimangono delle cicatrici?”

No! Solo un piccolissimo “bernoccolo” di 2-3 mm alla piega dell’inguine.

“Dopo l’intervento, le ovaie continuano a funzionare normalmente?”

Diciamo di si.  Se non c’è una variante anatomica con arterie ovariche ad origine “bassa” non riscontrate in tempo. Non ho trovato statistiche attendibili su questa variante anatomica. Probabilmente capita ad una donna su 30/40. E comunque per causare questo problema bisogna proprio non accorgersi della variante anatomica. Mi permetto di far presente che con gli interventi chirurgici le donne che perdono le ovaie sono (purtroppo) molte, ma molte di più .. non certo una su 40!

“Quanti interventi di embolizzazione ha eseguito durante la sua carriera medica?”

Difficile da dire, il è un lavoro di equipe. Ogni paziente, soprattutto negli anni passati, ma spesso ancora adesso, viene seguita da un gruppo di due o tre medici e non facciamo caso più’ di tanto a chi “chiude” il caso . E’ più opportuno parlare quindi delle donne embolizzate complessivamente nel mio reparto (nel quale io ho introdotto la metodica nel 2002): l’anno scorso abbiamo sfiorato i 100 casi. Il totale (dal 2002) dovrebbe essere circa 400.

 

Grazie mille al dr. Morucci, che è stato preciso ed esaustivo, oltre che molto disponibile, e alle amiche che ci hanno parlato di lui.

Intervista al dr. Morucci sull’embolizzazione: ci sono domande?

E’ da tanto che non mi impegnavo in qualche nuova intervista, anche se le idee e i progetti sono sempre tanti. Finalmente, grazie al prezioso supporto di Antonella, avrò l’occasione di intervistare il dr. Maurizio Morucci.

Il dr. Morucci è radiologo interventista presso l’ospedale San Camillo di Roma e Antonella e Imma, che sono state embolizzate da lui, me ne hanno parlato davvero bene. Io ho solo avuto occasione di parlare brevemente al telefono con lui, e mi è sembrato gentile e disponibile.

Il dr. Morucci pratica l’embolizzazione dei fibromi uterini presso l’ospedale San Camillo di Roma, con il servizio sanitario nazionale, ed è disponibile a rispondere a tutte le nostre domande.

Cosa volete sapere riguardo l’embolizzazione e sul suo specifico modo di operare?