Una spiacevolissima risonanza magnetica


Sono appena tornata dall’ospedale (ospedale Mauriziano di Torino) dove ho effettuato l’ennesimo esame richiesto per la diagnosi del Maledetto Fibroma.

Premessa

A parte che ero già piuttosto provata da questi 14 giorni di ininterrotto doloroso ciclo. A parte che questa mattina ne ho fatte di tutti i colori per avere il referto degli esami del sangue della cheratinina in tempo (ho persino dimenticato il bancomat nella macchinetta dove ho pagato il ticket). A parte che ero un po’ agitata perchè ho realizzato solo ieri sera che l’esame avrebbe richiesto un’iniezione di liquido di contrasto.

dati-risonanza

A parte tutto ciò .. nessuno in ospedale ha fatto nulla per tranquillizzarmi almeno un pochino!

Non capisco innanzitutto perchè io ogni volta debba ripetere da capo tutti i miei dati. La risonanza magnetica prevede poi anche la compilazione di un questionario nel quale ho espressamente dichiarato di soffrire di claustrofobia, eppure nessuno ha preso in considerazione questo fatto!

L’accoglienza

Il mio stato di tensione è stato poi ulteriormente aggravato dal fatto che mi abbiano accolta due infermiere (o dottoresse?) dotate dello stesso tatto che potrebbe avere un orangotango invitato a parlare ad una conferenza sulle banane. Non riuscivo a togliere l’ultimo orecchino (avevo già debitamente depositato a casa all’incirca due chili di roba tra anelli, orecchini, orologio, collana e braccialetti) e queste due simpaticone (la Numero 8a e la Numero 8b) si chiedevano l’un l’altra cosa fare, coinvolgendo anche un medico allampanato (il Numero 8) che infine ha più o meno proposto di verificare se il mio orecchio si fosse appicccato alla pareti del tubo in cui dovevo entrare o fosse fortunatamente rimasto al suo posto.

Nessuno tuttavia prendeva una posizione, perciò la già scarsa fiducia che nutrivo nei loro confronti è scesa a livelli minimi.

Ho tentato di chiedere spiegazioni riguardo il liquido di contrasto che avrebbero dovuto iniettarmi, ma cogliendo timore e perplessità nella mia voce la Numero 8a ha dichiarato che lei certo non poteva obbligarmi a sottopormi a quel trattamento e che bastava che firmassi un foglio e non me l’avrebbero fatto.

Io in realtà cercavo solo chiarimenti su quella paricolare metodologia e, magari, qualche rassicurazione, ma lei ha pensato bene che l’essenziale fosse scaricare ogni responsabilità.

Così ho preso al volo la decisione di evitarmi quell’ennesima tortura e ho firmato il foglio, concordando però con la Numero 8a che durante l’esame, se fossi stata tranquilla, mi avrebbe chiesto nuovamente se ero disponibile per l’iniezione di liquido di contrasto.

La preparazione

La biondina numero 8a ha poi dichiarato che potevo iniziare a spogliarmi, mi ha condotta nel camerino e, dopo alcune mie domande riguardo la quantità di abiti che potevo mantenere addosso, si è ricordata di fornirmi il camice e due sacchetti appiccicosi in cui infilare i piedi.

Quando sono uscita dallo spogliatoio di 50 centimetri per 50 mi hanno ricacciata dentro dicendo che non erano ancora pronti e pochi secondi dopo la Numero 8a ha spalancato la porta brandendo una terrificante siringa. “Devo farle il Buscopan” ha dichiarato visto il mio sguardo indagatore. “Cosa?? Perchè?? Dove?” ho replicato io. “Serve per rilassare l’intestino, ma se lei non vuole basta che dichiari che non accetta …. “.

Ma certo che non accetto! Ma ti pare! Ma chi lo sapeva di stò Buscopan?? E arrivi così, all’improvviso, con tutto già pronto, in questo stanzino minuscolo, con la porta aperta sul corridoio, ed io dovrei concederti il mio prezioso didietro senza fare un piega? Qua così, in piedi? Velocemente? Ma non scherziamo!

Così lei se n’è andata un po’ infastidita e ha dichiarato al resto del team che non volevo il Buscopan. “Niente Buscopan, niente liqudo di contrasto, altro che esame diagnostico!” ha risposto sbuffando il Numero 8.

In quel momento non so cosa mi abbia trattenuta dallo splancare la porta dello spogliatoio per dire loro “Ehi .. brutti …. che non siete altro .. io sono qua dietro! Vi sento!

L’esame

Ad un certo punto tutto era pronto. Mi hanno chiamata fuori e il Numero 8 mi ha fatta accomodare sul lettino che doveva scorrere dentro quel lunghissimo tunnel che è il macchinario per la risonanza magnetica. Il lettino però non voleva saperne di scorrere dentro! Ah ah che ridere! Un segno del destino? Ma il Numero 8 non si è scomposto: non una battuta nè un mezzo sorriso, nulla di nulla. Mi ha fatta scendere, ha armeggiato con il macchinario e quindi mi ha chiesto di risalire.

Senza risposta sono rimaste le mie domande riguardo la posizione della mia testa che, non essendo chiamata in causa, sarebbe potuta rimanere fuori dal tutto.

Nessuna spiegazione mi è stata data riguardo quel che sarebbe accaduto. Nessuna indicazione riguardo la durata dell’esame o la loro presenza sorvegliante nella sala attigua, oltre la vetrata. Il silenzio più totale. Solo una coperta di piombo, o comunque contenente qualcosa di metallico e pesante sul corpo e le cuffie sulle orecchie, e poi via inizia il viaggio nel tunnel.

Io ho chiuso gli occhi, respirato profondamente, e iniziato il rilassamento Yoga. (E grazie mille cara Luciana per avermelo insegnato così bene perchè mi ha salvata dalla paura di quel tunnel bianco in cui pian piano sprofondavo). Ho rilassatto tutto bene bene, intestino compreso (alla faccia dell’iniziezione di Buscopan!) e sono rimasta immobile, come volevano loro.

Intorno a me un rumore assordante che cambiava a cadenze più o meno simili e il bianco accecante delle pareti del macchinario.

Dopo un tempo che non sparei stimare ho sentito dietro di me la voce della Numero 8b “Tutto bene signora? Sarebbe meglio fare il contrasto, se la sente?“. “Ok” ho risposto io coraggiosissima.

Allora la Numero 8b ha pigiato il tasto di estrazione e una parte del mio corpo è pian piano scivolata fuori dal tunnel. La testa no però. Ci è rimasta dentro pienamente. Mentre Numero 8b afferrava il mio braccio sinistro e si preparava all’iniezione intimandomini di rimanere immobile io ho audacemente alzato la testa, lasciando scivolare via le cuffie e beccandomi uno sguardo di rimprovero dal Numero 8, che però, coerente nel suo ruolo, non ha proferito parola.

E poi la Numero 8b si è rivelata, con mia grande sopresa, molto abile! Non ho quasi sentito l’ago e l’iniezione è stata velocissima, tant’è che le ho detto “Ma lei è bravissima!“. Anche in questo caso però non ho ottenuto nè una risposta nè una anche minima espressione del viso. L’impassibilità più completa. Donna o robot??

Dopodichè sono stata reinserita nel malefico tubo e ho fatto appena in tempo a ricordare al Numero 8 che non avevo più le cuffie. L’esame è poi finito abbastanza in fretta, prima di quel che pensassi.

Mentre scendevo dal lettino, mi ha sorpresa la Numero 8a che ha detto “E’ stata bravissima“. Più tardi ho saputo che il generoso commento era stato generato da una precisa richiesta del bighi che, avendola incontrata poco prima nel corridoio, le aveva chiesto di rassicurarmi.

Riguardo l’esito della risonanza non è stato possibile sapere nulla. Mi sono rivestita e me ne sono andata, con il mio cerottino sul braccio.

Quello che avrei voluto

Avrei voluto comprensione, umanità, empatia.

Avrei voluto spiegazioni dettagliate sullo svolgimento della risonanza magnetica. Avrei voluto delicatezza nel trattare il mio caso. Avrei voluto privacy mentre mi spogliavo nel camerino.

Avrei voluto qualche parola di rassicurazione sulle varie operazioni da effettuarsi.

Avrei voluto che mi dicessero che il macchinario era rumoroso e che le cuffie servivano un po’ a nascondere il frastuono e che comunque non dovevo preoccuparmi.

Avrei voluto sentirmi dire che l’esame non era minaccioso come sembrava. Avrei voluto sapere che qualcuno mi osservava sempre, oltre la vetrata.

Sarebbe bastato poco per trasformare un esame sconosciuto e spiacevole in un’esperienza di screening come le altre, solo un po’ più lunga.


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