Come in un incubo


Ieri ho vissuto l’incubo peggiore che si possa immaginare. Anzi, è stato peggio di un incubo. I brutti sogni infatti finiscono. Alla fine ti svegli, tiri un sospiro di sollievo e ricominci la tua vita da dove l’avevi lasciata.

Il mio incubo invece non è finito.

Un dolore devastante

Ieri mi è tornato il ciclo mestruale, dopo i 3 mesi di Esmya (esattamente 12 giorni dopo l’ultima pillola). Un ciclo doloroso, prepotente, devastante. Ho preso il Sinflex alle 9.00 e poi, disperata, il Toradol in gocce alle 12.00 circa. I crampi non cessavano, anzi continuavano ad aumentare.

Ad un certo punto la situazione è diventata veramente insostenibile e abbiamo deciso di andare in ospedale. Quando mi sono alzata ho scoperto di reggermi in piedi a fatica. Mi girava la testa, avevo la nausea, ero completamente senza forze e i dolori non mi davano un minuto di tregua. Avevo caldo e poi freddo, poi di nuovo caldo e ancora freddo e continuavo a contorcemi. Siamo scesi ma non sono riuscita ad arrivare alla macchina, così abbiamo chiamato l’ambulanza.

La corsa in ospedale

L’ambulanza però tardava ad arrivare, ogni secondo mi sembrava un’ora e stavo così male che, non lo nego, ho pensato “Ora muoio“. Non avevo mai provato nulla di simile. Mi sembrava di avere un tritacarne nella pancia e quella brutta sensazione mi ha ricordato come mi sentivo subito dopo la miomectomia, appena uscita dalla sala operatoria.

Così mi sono fatta coraggio, ho raccolto le poche energie che avevo e siamo saliti in macchina. Dopo pochi metri abbiamo incrociato l’ambulanza, perciò abbiamo lasciato l’auto e ci siamo affidati ai volontari della Croce Rossa di Rivoli (gentilissimi).

Mi hanno portata all’Ospedale Martini (ancora mi mancava questa struttura!).

All’accettazione del Pronto Soccorso ho vomitato e incontrato due medici, o segretarie, o infermiere, o quel che erano, veramente antipatiche. Ho brevemente esposto la situazione, con le lacrime agli occhi e contorcendomi dal dolore, e loro mi hanno indicato il Reparto di Ginecologia, al terzo piano e dall’altra parte dell’edificio. Abbiamo chiesto di usare la sedia a rotelle perchè non stavo in piedi ma ci hanno risposto “Ma non può neanche fare due passi??!” con tono scocciato (purtroppo a volte non basta stare male, si devono anche aggiungere le risposte del cavolo di queste persone così). Al chè il bighi ha preso in mano la situazione e ignorando quanto dicevano mi ha fatta sedere sulla sedia a rotelle e portata in Ginecologia. Mi è parso il tragitto più lungo del mondo ..

La flebo di Toradol

In Ginecologia ho atteso l’arrivo del ginecologo che mi ha visitata e sottoposta a ecografia transvaginale. Io però continuavo a contorcermi dal dolore quindi dopo un po’ ha dovuto di demordere, smettere di farmi domande, abbandonare l’ecografia e farmi fare la flebo.

Dopo poco più di mezz’ora (ma a me è sembrato passassero almeno 10 ore) il Toradol, iniettato endovena assieme a non so cos’altro, finalmente ha sortito l’effetto desiderato e, dopo circa 7 ore di dolori, ho potuto rilassarmi. Mi è parso il paradiso.

Finalmente stavo bene. Stanca, debole, praticamente esausta, però almeno non più sofferente.

Una diagnosi terrificante

A quel punto è riapparso il dott. Giovanni Lipari, il ginecologo che mi aveva visitata, assieme ad un collega, e i due mi hanno chiesto di sottopormi ad una nuova ecografia.Così trascinandomi la mia flebo sono tornata nella stanza delle visite.

L’ecografia è durata un bel po’ e nel frattempo ho perso una quantità di sangue pazzesca, sporcando ovunque. Era tutto un tantino imbarazzante ma l’effetto dei calmanti mi ha mantenuta tranquilla e accondiscendente.

Quando sembrava tutto quasi finito il dott. Lipari e il suo collega mi hanno, con tutta la cautela del caso, esposto la loro terrificante diagnosi: le aree di liquefazione presenti all’interno del mio utero facevano ben pensare, a parer loro, non al noto Maledetto Fibroma, bensì ad una rarissima forma di Sarcoma dell’utero, ossia un tumore maligno.

A quel punto sia il mio corpo che il mi cervello si sono rifiutati di reagire. Sono rimasta pietrificata. Non ho fatto più domande, non ho detto più nulla. Ho ascoltato, come in trance, le loro spiegazioni e l’iter diagnostico che proponevano. E’ stato il bighi a cercare di capire meglio ponendo tutte le domande che gli venivano in mente.

Perchè la risonanza non l’aveva evidenziato? Com’è possibile che nessuno se ne sia accorto finora? Come si fa a diagnosticarlo con certezza? Perchè allora il mio primo fibroma aveva rivelato un esame istologico negativo? E via dicendo.

Comunque sia, il dott. Lipari e il suo collega consigliano ora di effettuare una serie di esami del sangue (Marker Tumorali), di effettuare un’ecografia transvaginale dopo il ciclo, una IST diagnostica (isteroscopia diagnostica) e una TC dell’addome superiore (dovrebbe essere una TAC). Stando a quanto ci hanno detto, neanche tutti questi esami potranno però darci una diagnosi certa. L’unica sicurezza potremo averla togliendo l’utero e facendo l’esame istologico.

Quando sono uscita dallo studio non riuscivo a proferir parola. C’era mamma ad aspettarmi, tutta contenta di riportarmi a casa dopo quell’orribile giornata. Quando le ho detto come stavano le cose lei ha subito negato fosse possibile. “Si saranno sbagliati” ha detto come prima cosa. Mi ha quasi fatta sorridere perchè lo sapevo che avrebbe reagito così. La conosco davvero bene! E infatti prima ha negato questa spaventosa eventualità, poi ha detto che sarebbe dovuto venire a lei, non a me, e che pregava perchè avvenisse lo scambio, e poi ha passato la notte a leggere tutto sui Sarcomi dell’utero.

Anche il bighi ha cercato di non farsi prendere dallo sconforto. Siamo andati a prendere Giorgia dal nonno e poi mi ha cucinato un’ottima cenetta, sconsigliandomi di cercare informazioni sul web. Mi ha detto che qualunque cosa sia l’affonteremo insieme, come abbiamo fatto finora, e vinceremo.

Io sono andata a letto distrutta. Sfinita. Consumata dalla giornata. Mi sono addormentata subito, fortunatamente, e ho dormito 10 ore. Appena ho aperto gli occhi però, gli ultimi fatti mi sono tornati prepotentemente alla coscienza.

Ho paura, non posso negarlo. Ne ho molta, ma ho già un piano.

Questo Maledetto, qualunque cosa sia, non mi farà rinunciare alla mia vita.


7 thoughts on “Come in un incubo

  1. Forza e coraggio Ele che ne hai da vendere….continua a combattere come hai sempre fatto fino ad ora! Un abbraccio grande…Sonia

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